Raindrop.io per insegnanti: come uscire dalla tana del Bianconiglio

Raindrop.io per organizzare e ritrovare le risorse didattiche online

Preferiti, Drive, Pinterest, Notion, Keep, Padlet, Wakelet… Dove mettere tutto quello che troviamo online senza sparire per sempre nella tana del Bianconiglio delle risorse?

Un documentario sugli insegnanti potrebbe iniziare così:

“È la stagione della caccia. Verso la fine di agosto e l’inizio di settembre gli insegnanti iniziano a manifestare comportamenti che, osservati dall’esterno, potrebbero destare una certa preoccupazione.

È questo il periodo dell’anno in cui il docente torna nel suo habitat naturale: il web.

Si muove apparentemente senza fretta. All’inizio cerca una cosa precisa. Una sola. Per esempio: “attività accoglienza classe quarta” oppure “frazioni attività manipolativa”.

Poi accade qualcosa. Apre una pagina. Nella pagina trova un link. Apre il link. Nel nuovo sito compare un’attività interessante. Nuova scheda. L’attività cita una piattaforma che non conosce. Nuova scheda. Quella gli ricorda che quest’anno vorrebbe fare qualcosa di diverso sugli ecosistemi. Nuova ricerca. Nuova scheda. Poi compare un albo illustrato che potrebbe essere perfetto per introdurre l’argomento. Nuova scheda.

A quel punto l’esemplare è entrato, senza rendersene conto, nella fase di raccolta compulsiva.
Lo si può riconoscere facilmente da alcuni segnali.

La barra del browser contiene ormai un numero di schede tale da rendere impossibile leggerne il titolo.

Sul desktop sono comparsi PDF che si chiamano: download.pdf, download(1).pdf , scheda-definitiva-2.pdf

Nel frattempo, sul cellulare, l’esemplare apre Pinterest “solo un attimo” e riesce a pinnare circa cento idee in meno di trenta secondi. Passa poi a Instagram, dove salva altri dodici post che ritiene indispensabili. Non rivedrà mai più almeno undici di essi.

E, soprattutto, il docente pronuncia ripetutamente una frase caratteristica della specie: “Questo non lo chiudo ancora, perché mi può servire.”

L’esemplare non lo sa ancora, ma non riaprirà mai più quelle schede.

Perché il problema non è che noi insegnanti non troviamo abbastanza risorse. Il problema è esattamente il contrario. Ne troviamo troppe. Una risorsa ne attira un’altra. Poi un’altra. Poi un’altra ancora.

Così, cercando una semplice attività sulle frazioni, possiamo precipitare nella tana del Bianconiglio delle risorse didattiche e riemergere quarantacinque minuti dopo con:

23 schede aperte,
10 PDF scaricati,
11 post salvati,
una nuova bacheca Pinterest,
due video da guardare “quando ho tempo”
e un ricordo molto vago della domanda da cui eravamo partiti.

Se Netflix decidesse di produrre una docufiction sugli accumulatori seriali digitali, credo che a settembre avrebbe materiale sufficiente per diverse stagioni di “Teachers: buried alive under resources“.

Perché il vero problema delle risorse online è proprio questo: una ne attira un’altra. E poi un’altra. E un’altra ancora.

Finché non riemergiamo diverse ore dopo, con la rassicurante certezza di avere trovato moltissimo e la leggermente meno rassicurante consapevolezza che probabilmente non ritroveremo mai più nulla.

Non abbiamo un problema nel trovare risorse

Abbiamo un problema nel ritrovarle.

Internet ci mette a disposizione una quantità straordinaria di materiali, idee, articoli, applicazioni, video, esperienze e proposte didattiche.

Per questo, negli anni, abbiamo inventato sistemi di sopravvivenza più o meno sofisticati.

Il più classico: “Lo metto nei Preferiti.”

Poi è arrivato “Lo salvo su Drive.”

Oppure per quelli cool: “Lo metto su Pinterest.”

Poi arriva la smanettona: “Io ho un database Notion.”

Seguono Google Keep, Padlet, Wakelet, documenti pieni di link, messaggi inviati a noi stessi su WhatsApp e quella particolare forma di archivio digitale nota come: il pozzo senza fondo della cartella Download. Un luogo mitologico in cui nulla si perde davvero. Semplicemente, smette di essere rintracciabile.

Tutti questi sistemi possono funzionare. Il problema è che non svolgono esattamente la stessa funzione.

Per provare a uscire dalla tana del Bianconiglio, ho iniziato a sperimentare Raindrop.io come strumento per organizzare e ritrovare le risorse didattiche che salvo online.

Raindrop.io: il “parcheggio” delle idee

Raindrop è un bookmark manager, cioè è uno strumento costruito appositamente per salvare, organizzare e ritrovare ciò che incontriamo online.

La versione gratuita offre attualmente bookmark, collezioni e dispositivi illimitati; è disponibile via web, come estensione dei principali browser e attraverso app desktop e mobile.

Ma, per me, il vantaggio più interessante è un altro: non devo decidere subito che cosa farò di quella risorsa. Posso semplicemente pensare: “Interessante. Non so ancora se o quando mi servirà, ma non voglio perderla”. La salvo. La parcheggio. Continuo.

È già una piccola rivoluzione per chi, come me, potrebbe trascorrere venti minuti a decidere se una risorsa sugli ecosistemi appartenga a Scienze > Classe quarta > Ecosistemi, a Educazione civica > Sostenibilità oppure alla più onesta categoria mentale “idee bellissime che probabilmente non ritroverò quando mi serviranno”.
Con Raindrop, invece, posso prima salvarla e poi, con calma, aggiungere tag, collezioni e filtri che mi permettano di ritrovarla da strade diverse.
In altre parole: non devo per forza scegliere subito il posto perfetto. Posso parcheggiare la risorsa, continuare a cercare e organizzare meglio in un secondo momento.

Dai Preferiti a una biblioteca personale

So già cosa state pensando “Vabbé, ma io uso i preferiti”. Certo. Se avete pochi siti che utilizzate frequentemente, i “preferiti” sono probabilmente la soluzione migliore.

Io continuerò sicuramente a tenere nei preferiti il diabolico registro elettronico, Drive, Gmail, Canva, il sito della scuola, Classroom…

Quelle non sono “risorse da ricordare”. Sono scorciatoie.

Il problema nasce quando iniziamo a conservare centinaia di pagine che potrebbero servirci un giorno.

Con Raindrop ogni bookmark può essere collocato in una collezione e associato a più tag. Un bookmark appartiene a una collezione, ma i tag permettono di recuperarlo attraverso classificazioni diverse; inoltre filtri e ricerca consentono di restringere i risultati per tag, tipo di contenuto, data e altri criteri. Ed è qui che cambia il modo di organizzare.

Un esempio

Trovo una bella attività sugli ecosistemi.

La salvo in: 🔬 Scienze e aggiungo: #quarta #ecosistemi #educazionecivica #UDA #daprovare

Poi trovo una risorsa di Google Earth utile per esplorare ambienti, territori o cambiamenti del paesaggio.

La salvo in: 🌍 Geografia / Digitale ma aggiungo: #quarta #ecosistemi #geografia #digitale #UDA

Tra tre mesi potrei non ricordare dove ho collocato quelle due risorse. Ma posso cliccare #ecosistemi. Ed eccole entrambe.

La differenza è sottile ma importante: nelle cartelle devo ricordare dove ho messo qualcosa; con i tag posso ricordare che cosa aveva a che fare con qualcosa.

Almeno per me, è spesso più facile ricordare per associazioni che ricostruire una struttura di cartelle perfettamente gerarchica.

“Ma io uso Drive”

Anch’io. Spesso e volentieri. Con tutti gli account di cui dispongo. Anzi, anche con quelli che ho creato appositamente per avere dei Drive di archivio. E continuerò a usarlo, cercando ogni volta di mantenere fede al buon proposito di “riordinarlo” e “fare pulizia” periodicamente: organizzando i materiali in cartelle, usando scorciatoie, colori, nomi sensati e tutte quelle strategie che sulla carta trasformano Drive in un archivio perfetto.

Almeno fino a quando non compare una nuova cartella chiamata: “VARIE” o, peggio ancora: “DA SISTEMARE”.

Google Drive, per me, resta il posto naturale (e sacro) in cui conservare ciò che produco, utilizzo davvero, modifico e condivido.

Solo che probabilmente sto chiedendo a Drive di fare un lavoro che non è esattamente il suo.

Google Drive è straordinario per organizzare file e cartelle, creare scorciatoie e gestire materiali che produciamo, modifichiamo o condividiamo (programmazioni, progettazioni, relazioni, materiali relativi a progetti già avviati, file condivisi con i colleghi continueranno a finire lì).

Per me la distinzione utile può diventare questa:

RAINDROP: ciò che sto scoprendo (“il magazzino delle possibilità”)

DRIVE: ciò che sto utilizzando o producendo (“il laboratorio”).

Per esempio. Sto cercando attività sulle frazioni. Trovo sette proposte interessanti. Le salvo in Raindrop. Non scarico sette PDF, non creo sette cartelle, non intaso Drive con sette cose che forse non userò mai. Quando arriva davvero il momento di progettare l’unità sulle frazioni, torno nella raccolta. Ne scelgo due. Preparo le mie schede e la mia presentazione. Quelle sì che entrano in Drive.

“Io salvo tutto su Pinterest”

Pinterest è probabilmente il responsabile di una percentuale significativa delle nostre sparizioni nella tana del Bianconiglio.

Entro per cercare: “decorazione porta classe” e venticinque minuti dopo sto osservando un sistema di token economy utilizzato in una scuola dell’Oregon. Un’ora dopo ho creato 25 bacheche diverse. E non ricordo più perché ero entrata.

Pinterest è una risorsa inesauribile. Le bacheche permettono di salvare e organizzare Pin e la piattaforma propone anche nuove idee correlate a ciò che abbiamo già raccolto.

Per questo lo distinguerei così:

PINTEREST: Ispirami.

RAINDROP: Questa l’ho scelta: fammela ritrovare.

Pinterest alimenta la scoperta.

Raindrop costruisce il mio archivio.

“Io ho Notion”

Qui la situazione si fa seria. Perché con Notion si può costruire praticamente tutto.

Database. Tag. Relazioni. Viste. Calendari. Dashboard.

Sistemi organizzativi talmente belli che rischiamo di trascorrere tre ore a perfezionare il sistema con cui gestiremo il lavoro che non abbiamo ancora iniziato.

Io Notion l’ho usato in un momento in cui avevo bisogno di qualcosa di molto più strutturato.

Nel pieno del delirio della preparazione al Concorso, quando iniziavo a perdere le fila della legislazione scolastica, mi ero costruita un piccolo database personale.

L’obiettivo non era semplicemente raccogliere leggi e decreti.

Volevo poter: taggare le normative, filtrarle per argomento, collegare tra loro elementi appartenenti a disposizioni diverse, ritrovare rapidamente i riferimenti che riguardavano uno stesso tema (valutazione, inclusione, autonomia, organi collegiali, formazione, reclutamento…)

In quel caso Notion era perfetto, perché non avevo bisogno di un semplice contenitore.

Avevo bisogno di costruire relazioni tra le informazioni. Ed è qui che vedo la differenza.

NOTION: progetto un sistema. Metto in relazione le informazioni.

RAINDROP: salvo una risorsa e voglio poterla ritrovare.

Notion è molto più potente quando voglio costruire un vero ambiente di studio, progettazione o knowledge management.

Raindrop è deliberatamente più semplice quando sto navigando e voglio soltanto dire: “Questa. Tienimela.”

E Google Keep?

Google Keep è perfetto per: “Ricordati questa cosa.”

Posso creare note, aggiungere etichette, colori e fissare ciò che mi interessa. Per dieci link, benissimo.

Per cinquecento risorse professionali, forse meno.

Keep nasce intorno alla nota. Raindrop intorno alla risorsa web.

Quindi:

KEEP: appunto veloce.

RAINDROP: biblioteca di bookmark.

Padlet e Wakelet?

Qui entrano in gioco altri due strumenti interessanti.

Wakelet, per esempio, nasce proprio come piattaforma di content curation: permette di raccogliere link, file, immagini, video e note in collezioni visuali, collaborare e condividerle.

Padlet e Wakelet diventano particolarmente interessanti quando voglio costruire qualcosa da mostrare ad altri.

Per esempio: Risorse sugli Egizi per la classe.

Io potrei prima raccogliere venticinque possibili risorse nel mio archivio personale. Poi selezionarne sei. Infine creare una raccolta curata da condividere.

Quindi:

RAINDROP: La mia biblioteca personale di ricerca.

PADLET / WAKELET: La selezione che ho deciso di presentare o condividere.

Non tutto quello che salvo merita di arrivare agli alunni. Per fortuna.

Altrimenti avrebbero anche loro ventitré schede aperte e a quel punto la docufiction diventerebbe intergenerazionale.

E la funzione più pericolosa di tutte: “lo tengo aperto”

Questo sistema merita una categoria a parte.

Funziona così.

  1. Trovo qualcosa.
  2. Non ho tempo di leggerlo.
  3. Lascio aperta la scheda.
  4. Il giorno dopo il browser si apre con 38 tab.
  5. Non oso chiuderle perché “c’era qualcosa di importante”.
  6. Il computer rallenta.
  7. Io non ricordo più quale delle 38 fosse importante.
  8. Le tengo tutte.
  9. Il giorno dopo ne trovo altre 25, che si aggiungono alle 38.

Questo non è un sistema di Personal Knowledge Management.

È sequestro di schede del browser.

Raindrop potrebbe almeno permetterci di liberarle.

Il mio possibile ecosistema digitale

Più ci penso, più credo che il problema sia nato dal tentativo di trovare un unico posto dove mettere tutto.

Forse non serve.

Serve decidere che lavoro deve fare ciascuno strumento.

Se devo…Uso soprattutto…
Aprire un sito che utilizzo ogni giorno⭐ Preferiti
Cercare ispirazione📌 Pinterest
Conservare una risorsa web interessante💧 Raindrop
Scrivere un appunto veloce🗒️ Keep
Progettare e collegare informazioni🧠 Notion
Creare e archiviare materiali di lavoro📁 Drive
Curare una raccolta da condividere🧱 Padlet / Wakelet

Ma attenzione all’accumulo ben organizzato

Possiamo avere collezioni perfette, tag impeccabili e continuare comunque a salvare cose che non useremo mai. In altre parole, possiamo diventare accumulatori seriali molto ben organizzati.

Per questo al percorso manca sempre un ultimo passaggio: eliminare. Ogni tanto bisogna anche decidere che una risorsa che sembrava interessantissima tre mesi fa non ci serve più. E lasciarla andare.

Uscire dalla tana del Bianconiglio

Non credo che smetteremo di accumulare idee. E forse non sarebbe neppure auspicabile.

Quella curiosità che ci fa aprire una pagina, seguirne un’altra e improvvisamente immaginare un’attività che mezz’ora prima non esisteva è anche una parte molto bella del nostro lavoro.

Il problema nasce quando la ricerca diventa accumulo e l’accumulo diventa invisibilità. Abbiamo salvato tutto. Ma non sappiamo più dove.

Per questo sto provando a costruire non un archivio perfetto, ma un piccolo parcheggio delle idee.

Un posto in cui dire: “Adesso non ho bisogno di usare questa cosa. Ma se un giorno ne avrò bisogno, vorrei riuscire a tornare a prenderla.”

E magari, quest’anno, quando entrerò nella tana del Bianconiglio alla ricerca di una semplice attività sulle frazioni, riuscirò anche a riemergere.

Possibilmente prima di cena.


💡 Questo articolo fa parte dei Teacher Hacks: una raccolta di strumenti, siti e idee pratiche per semplificare il lavoro dell’insegnante.