Abbott Elementary

Abbott Elementary

IN BREVE

Se lavorate a scuola, ci sono buone probabilità che guardando Abbott Elementary vi capiti almeno una volta di pensare: “Aspetta… ma questa cosa succede anche da noi!”

La serie, creata da Quinta Brunson, è ambientata in una scuola primaria pubblica di Philadelphia e racconta la quotidianità di un gruppo di insegnanti alle prese con alunni, famiglie, colleghi, dirigenza, burocrazia e – soprattutto – risorse che sembrano non bastare mai.

La protagonista è Janine Teagues, giovane maestra entusiasta, ottimista e ostinatamente convinta che con sufficiente impegno si possa trovare una soluzione praticamente a tutto. Anche quando, evidentemente, non è così.

Intorno a lei ruota un piccolo collegio docenti in cui vi sfido a non riconoscere qualche presenza familiare: Barbara Howard, insegnante esperta, autorevole e apparentemente imperturbabile; Melissa Schemmenti, concreta, diretta e dotata di una misteriosa rete di conoscenze capace di procurare praticamente qualsiasi cosa; Jacob Hill, animato dalle migliori intenzioni, ma non sempre altrettanto efficace nel metterle in pratica; Gregory Eddie, più pragmatico e riservato, che inizialmente sembra quasi capitato nella scuola per caso.

E poi c’è Ava Coleman, la dirigente. Diciamo soltanto che, se cercate un modello di leadership scolastica da inserire nel PTOF, probabilmente dovrete guardare altrove.

La serie utilizza la formula del mockumentary: i personaggi vengono seguiti da una troupe e ogni tanto si rivolgono direttamente alla telecamera, con sguardi e commenti che spesso dicono molto più delle parole.

Ed è proprio qui che Abbott Elementary funziona particolarmente bene.

Fa ridere della scuola senza ridicolizzare chi ci lavora. Racconta insegnanti imperfetti, stanchi, a volte ingenui, a volte disillusi, spesso costretti ad arrangiarsi. Ma, soprattutto, racconta persone che continuano a provarci.

Non perché siano eroi. Semplicemente perché il giorno dopo la campanella suona di nuovo.

5 RAGIONI PER VEDERLA

  • Perché alcune scene potrebbero tranquillamente essere state girate nella vostra scuola.

Cambiano Philadelphia, il sistema scolastico e le regole, ma certe dinamiche sembrano decisamente universali: materiali che mancano, richieste dell’ultimo minuto, riunioni improbabili, iniziative organizzate con enorme entusiasmo e risultati non sempre proporzionati allo sforzo, colleghi con approcci educativi diversissimi e quella particolare capacità degli insegnanti di trovare una soluzione anche quando soluzione, budget e tempo sembrano essersi messi d’accordo per non presentarsi.

È probabilmente una delle ragioni per cui la serie fa così ridere chi a scuola ci lavora: non abbiamo bisogno che qualcuno ci spieghi la battuta. La riconosciamo.

  • Perché Janine è l’insegnante che, almeno una volta, siamo stati o abbiamo incontrato.

Entusiasta, piena di idee, convinta che ogni problema possa essere risolto con abbastanza buona volontà, Janine parte spesso lancia in resta per cambiare le cose. Altrettanto spesso scopre che la scuola è un sistema un po’ più complicato di quanto immaginasse. Il confronto con Barbara e Melissa, insegnanti molto più esperte e decisamente più pragmatiche, è una delle parti più interessanti della serie: non c’è un unico modo giusto di essere insegnanti e l’esperienza non significa necessariamente aver perso entusiasmo. A volte significa semplicemente aver imparato dove vale la pena spendere le proprie energie.

  • Perché racconta una scuola con poche risorse senza trasformare gli insegnanti in santi.

Alla Abbott mancano soldi, materiali e personale e molte situazioni comiche nascono proprio dal tentativo di far funzionare comunque le cose. Ma la serie evita abbastanza bene una trappola frequente nei racconti sulla scuola: quella dell’insegnante-eroe disposto a sacrificare qualsiasi cosa pur di “salvare” i propri alunni. Qui gli insegnanti amano il loro lavoro, ma si stancano. Sbagliano. Si lamentano. Hanno una vita fuori dalla scuola. Possono essere bravissimi in classe e molto meno bravi in altri aspetti del proprio lavoro. Insomma, sono esseri umani. E forse è proprio per questo che risultano così credibili.

  • Per il suo meraviglioso assortimento di tipi umani da sala insegnanti.

Prima o poi potreste iniziare a guardarli pensando ai vostri colleghi. Quella con trent’anni di esperienza che ha già visto passare qualsiasi innovazione didattica almeno due volte. Quello entusiasta che propone un nuovo progetto quando tutti speravano soltanto di poter tornare a casa. Quella che, se serve qualcosa di introvabile entro domani mattina, conosce inspiegabilmente qualcuno che può procurarlo. Quello arrivato quasi per caso e che scopre poco alla volta che insegnare gli piace davvero. Naturalmente ogni somiglianza con persone realmente esistenti nei nostri collegi docenti è puramente casuale. Naturalmente.

  • Perché sotto le battute parla molto seriamente di scuola.

Dietro il tono leggero emergono questioni tutt’altro che banali: le disuguaglianze tra scuole, la scarsità di risorse, il rapporto con le famiglie, il peso della dirigenza, il turnover degli insegnanti, le differenze tra docenti esperti e principianti, il confine tra disponibilità personale e responsabilità del sistema. Soprattutto ritorna una domanda che attraversa tutta la serie: che cosa possiamo davvero cambiare come singoli insegnanti e che cosa, invece, richiederebbe che fosse il sistema a funzionare meglio?

Abbott Elementary non trasforma questa domanda in una lezione. Per fortuna. Ci fa soprattutto ridere. Ma ogni tanto, tra una battuta e uno sguardo esasperato rivolto alla telecamera, riesce anche a lasciarcela lì.

DOVE VEDERLA

Disney+

La serie è composta attualmente da 5 stagioni, con episodi brevi di circa 20-22 minuti: caratteristica che la rende particolarmente adatta anche a quelle serate in cui vorremmo guardare “solo una puntata”. Sappiamo tutti come finisce…

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