IN BREVE
Ci sono film sulla scuola che raccontano metodologie, conflitti, sistemi educativi. E ce ne sono altri che tornano a una domanda molto più essenziale: che cosa può significare incontrare una scuola – e un insegnante – nel momento giusto della propria vita?
La scuola sui binari, ispirato al libro di Ángeles Doñate, racconta la storia di Ikal, che con la sua famiglia “si sposta sempre di qua e di là come cavallette” a causa del lavoro del padre per le ferrovie messicane.
Per lui restare a lungo nello stesso posto non è affatto scontato. E neppure andare a scuola.
Durante una delle tante fermate incontra però una piccola scuola legata alla comunità dei lavoratori ferroviari, tre nuovi amici – Chico, Tuerto e Valeria – e soprattutto la maestra Georgina.
Sarà lei a insegnargli a leggere. Ma non solo. Georgina riesce soprattutto a guardare Ikal come qualcuno che possiede possibilità ancora tutte da scoprire. Gli offre strumenti, fiducia e un modo diverso di immaginare il proprio futuro.
Intanto, però, proprio quella piccola scuola rischia di scomparire.
Così la storia individuale di Ikal si intreccia con una domanda molto più ampia: quanto vale una scuola quando garantire istruzione significa raggiungere bambini che altrimenti rischierebbero di restarne esclusi?
È un film semplice, a tratti apertamente sentimentale, che non nasconde la propria fiducia nell’educazione.
Forse è proprio questo il motivo per cui, ogni tanto, vale la pena guardarlo.
5 RAGIONI PER VEDERLO
- Per la maestra Georgina e il suo modo di guardare i bambini
Georgina non è l’insegnante del metodo rivoluzionario o della lezione spettacolare. La sua forza sta soprattutto nello sguardo che posa sui suoi alunni.
Quando Ikal arriva a scuola, ciò che appare più evidente è tutto quello che ancora non sa fare. Non sa leggere, ha frequentato in modo discontinuo, la sua famiglia potrebbe ripartire da un momento all’altro. Georgina potrebbe fermarsi lì. Invece vede qualcos’altro. Vede curiosità, intelligenza, desiderio di imparare. Vede una possibilità.
È forse uno degli aspetti del film che parla maggiormente a chi insegna: ricordarci quanto sia facile descrivere un bambino attraverso ciò che gli manca e quanto possa invece fare la differenza incontrare qualcuno capace di riconoscere anche ciò che ancora non si vede.
Non perché basti “credere in un bambino” per risolverne le difficoltà. Ma perché imparare diventa molto più difficile quando nessuno sembra aspettarsi che possiamo riuscirci.
- Perché racconta la scuola come possibilità di emancipazione
Imparare a leggere, per Ikal, non significa semplicemente raggiungere un obiettivo scolastico. Significa allargare il proprio mondo.
Il film racconta in modo molto diretto una delle funzioni più profonde dell’istruzione: offrire strumenti che permettano a una persona di immaginare per sé possibilità diverse da quelle che sembrano già scritte dal contesto nel quale è nata.
È facile associare questa idea a parole molto grandi: emancipazione, uguaglianza, diritto allo studio. Nel film, però, tutto passa attraverso gesti molto concreti. Un bambino che entra in classe. Un libro che finalmente riesce a leggere. Una maestra che insiste. Una scuola che continua a esistere anche dove tenerla aperta sembra poco conveniente.
L’istruzione non può cancellare da sola le disuguaglianze. Può però evitare che diventino inevitabilmente un destino.
- Per scoprire una pagina poco conosciuta della storia della scuola
La piccola scuola frequentata da Ikal non è soltanto un’ambientazione suggestiva. Il film richiama infatti l’esperienza delle Escuelas Artículo 123, nate in Messico nell’ambito delle politiche volte a garantire istruzione ai figli dei lavoratori anche nelle comunità industriali, agricole e più isolate.
È un elemento storico che nel film rimane sullo sfondo, ma che dà alla storia un significato ancora più ampio. Quella scuola esiste perché qualcuno, prima ancora di Ikal, ha stabilito che anche i figli dei lavoratori dovessero avere diritto all’istruzione.
Proprio per questo la sua possibile chiusura non riguarda soltanto un edificio o qualche banco. Riguarda la possibilità concreta per alcuni bambini di andare a scuola. Da una parte ci sono quindi costi, organizzazione, numeri, razionalizzazione. Dall’altra ci sono bambini per i quali quella piccola scuola rappresenta l’unico accesso possibile all’istruzione.
Una tensione che appartiene a un luogo e a un momento storico molto precisi, ma che non ci appare poi così lontana. Perché ogni volta che parliamo di scuola soltanto attraverso numeri ed efficienza rischiamo di dimenticare che, dietro quei numeri, ci sono persone e possibilità.
- Per gli insegnanti che continuano a “difendere la speranza”
La dedica del romanzo di Ángeles Doñate da cui è tratto il film è rivolta agli insegnanti che “difendono la speranza”.
È probabilmente l’espressione che meglio riassume il personaggio di Georgina. Non perché sia una maestra capace di salvare i propri alunni. Anzi, credo sia importante evitare proprio questa lettura.
Gli insegnanti non possono risolvere tutti i problemi sociali, familiari o economici che entrano ogni mattina nelle loro classi. La scuola non è un luogo magico nel quale qualsiasi difficoltà può essere superata semplicemente grazie alla buona volontà di un docente.
Georgina può però fare qualcosa. Può continuare a insegnare. Può offrire strumenti. Può non considerare già scritto il futuro di un bambino. Può tenere aperta una possibilità anche quando tutto intorno sembra suggerire il contrario.
Forse “difendere la speranza” significa proprio questo. Non promettere che tutto andrà bene. Ma evitare di decidere troppo presto che non possa andare diversamente.
In certi periodi dell’anno scolastico – magari tra registri elettronici, riunioni, scadenze, documenti e problemi da risolvere – può essere utile ricordarsi che una parte del nostro lavoro continua ad accadere proprio lì. In ciò che non possiamo immediatamente misurare.
- Per Ikal, Chico, Tuerto e Valeria
Fortunatamente La scuola sui binari non è soltanto un film sulla scuola. È anche, forse prima di tutto, una storia di infanzia e di amicizia.
Ikal, Chico, Tuerto e Valeria esplorano il mondo insieme, si sfidano, litigano, condividono segreti, paure, primi sentimenti e piccole grandi avventure.
Impossibile non pensare, almeno per atmosfera, a quelle storie di formazione in cui un gruppo di ragazzi attraversa un pezzo di infanzia insieme e, quasi senza accorgersene, ne esce un po’ diverso. A me ha ricordato, per alcuni aspetti, Stand by Me: non perché i due film siano realmente sovrapponibili, ma per quel modo di raccontare l’amicizia infantile come qualcosa di assolutamente serio.
Per i protagonisti non esistono “piccole cose”. Le amicizie sono enormi. Le promesse sono importanti. Le ingiustizie fanno davvero male. Le avventure possono diventare epiche.
Proprio questa dimensione rende più credibile anche la parte scolastica del film. Ikal non è soltanto l’alunno che deve imparare a leggere. È un bambino che, per un tratto della propria vita, trova un luogo nel quale appartenere a qualcosa. Una scuola. Una maestra. Degli amici. Qualche possibilità in più per il futuro.
DOVE VEDERLA
La scuola sui binari (El último vagón, titolo internazionale Where the Tracks End) è un film messicano del 2023 diretto da Ernesto Contreras e tratto dall’omonimo romanzo di Ángeles Doñate.
È disponibile su Netflix
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