IN BREVE
A volte il titolo di una serie contiene già quasi tutto quello che serve per capirla. In The A Word, la “parola con la A” è autismo: la parola che la famiglia Hughes fatica perfino a pronunciare quando Joe, cinque anni, riceve una diagnosi.
La serie britannica, basata sull’israeliana Yellow Peppers, segue Joe e la sua famiglia allargata in una piccola comunità del Lake District. Joe ascolta continuamente musica attraverso le sue cuffie, conosce in modo sorprendente brani e interpreti del pop e del rock britannico e sembra spesso più semplice da comprendere attraverso le canzoni che attraverso le conversazioni degli adulti che lo circondano.
Proprio gli adulti, in realtà, sono il centro della storia almeno quanto lui. Alison e Paul, i genitori di Joe, cercano di capire che cosa significhi la diagnosi per il loro bambino e per la vita che avevano immaginato; Rebecca, la sorella maggiore, deve trovare spazio dentro una famiglia improvvisamente concentrata quasi interamente sul fratello. Intorno a loro ci sono zii, nonni, insegnanti, professionisti e amici, ciascuno con il proprio modo di interpretare ciò che sta accadendo.
Nessuno sembra possedere la risposta giusta, forse perché The A Word non racconta soltanto una famiglia alle prese con l’autismo. Racconta soprattutto una famiglia che scopre quanto sia difficile comunicare davvero, perfino quando tutti sono convinti di saperlo fare benissimo.
Il paradosso è uno degli aspetti più riusciti della serie: mentre gli adulti discutono continuamente di come aiutare Joe a comunicare, sono proprio loro a nascondersi informazioni, evitare conversazioni, interpretare male le intenzioni degli altri e faticare a dire ciò che provano. Joe diventa così il punto intorno al quale emergono molte difficoltà comunicative che erano già presenti nella famiglia.
Il risultato è una serie che parla di autismo, certamente, ma anche di genitorialità, fratelli, coppie, scuola, aspettative, paura del giudizio e del faticoso processo attraverso il quale impariamo ad accettare che una persona possa essere diversa da come l’avevamo immaginata.
5 RAGIONI PER VEDERLA
- Perché racconta una famiglia prima ancora di raccontare una diagnosi
La prima stagione comincia con gli adulti che cercano un nome per qualcosa che, in realtà, è già davanti ai loro occhi. La diagnosi di Joe non trasforma improvvisamente il bambino in qualcun altro: cambia, invece, il modo in cui gli adulti lo guardano.
Alison reagisce in un modo, Paul in un altro. Il nonno Maurice ha le proprie convinzioni e tende a esprimerle con la delicatezza di chi considera la diplomazia un inutile rallentamento della conversazione. Rebecca, intanto, rischia di diventare “la figlia che non dà problemi” e quindi quella a cui nessuno pensa abbastanza.
La serie funziona bene proprio perché non costruisce una famiglia esemplare che affronta tutto nel modo corretto. I personaggi sbagliano, si contraddicono, si arrabbiano, cercano soluzioni troppo semplici e talvolta sembrano più interessati a gestire le proprie paure che ad ascoltare Joe.
Guardandoli è facile provare contemporaneamente comprensione e irritazione, e probabilmente è un buon segno. Le famiglie reali raramente reagiscono ai cambiamenti seguendo un manuale, soprattutto quando devono rimettere in discussione aspettative costruite per anni.
- Perché mostra quanto sia complicato passare dal “fare qualcosa per lui” al capire di che cosa ha bisogno
Una delle tensioni più interessanti attraversa continuamente la serie: gli adulti vogliono aiutare Joe, ma il desiderio di aiutarlo non significa automaticamente comprenderlo.
In molti momenti l’attenzione si concentra su ciò che Joe dovrebbe imparare a fare, su come dovrebbe comportarsi o su quanto dovrebbe avvicinarsi alle aspettative degli altri. Gradualmente emerge una domanda diversa: quanto sono disposti gli adulti a modificare il proprio modo di comunicare e le proprie aspettative?
Per chi lavora nella scuola è una questione tutt’altro che teorica. Davanti a un bambino che apprende, comunica o partecipa in modo diverso, il confine tra sostenerlo e cercare di renderlo il più possibile simile agli altri non è sempre evidente.
The A Word non offre una risposta definitiva, né andrebbe presa come una guida sull’autismo. Racconta Joe, la sua famiglia e un’esperienza specifica; inoltre è una serie iniziata nel 2016, quindi alcuni linguaggi, atteggiamenti e modi di rappresentare l’autismo possono essere osservati oggi anche con maggiore consapevolezza critica.
Proprio questo, però, può rendere interessante la visione. Lo sguardo non rimane concentrato soltanto su Joe, ma si sposta continuamente sulle aspettative degli adulti che gli stanno intorno.
- Perché permette di osservare scuola, inclusione e rapporto con le famiglie da un’altra prospettiva
La scuola non occupa ogni episodio, ma entra nella storia in momenti importanti. Le scelte educative, il rapporto con gli insegnanti, il sostegno necessario a Joe, le relazioni con i compagni e il confronto tra ciò che la famiglia desidera e ciò che la scuola può offrire diventano progressivamente parte del racconto.
Il contesto britannico è naturalmente diverso dal nostro, quindi sarebbe poco utile cercare equivalenze perfette con organizzazione, ruoli o procedure della scuola italiana. Le dinamiche, però, possono risultare sorprendentemente familiari.
Una famiglia vuole che il proprio bambino sia accolto e compreso, mentre la scuola deve trovare un equilibrio tra bisogni individuali e vita del gruppo. Gli adulti, inoltre, non condividono sempre la stessa idea di ciò che sia davvero meglio per lui.
Chi insegna riconoscerà facilmente quella zona complessa nella quale inclusione, autonomia, protezione e aspettative si sovrappongono senza produrre automaticamente una soluzione semplice. La serie ricorda anche qualcosa che a scuola sappiamo bene: conoscere una diagnosi può aiutarci a comprendere alcuni bisogni, ma non ci dice ancora chi abbiamo davanti.
Per quello servono tempo, osservazione e relazione.
- Perché la musica non è soltanto una colonna sonora
Joe conosce la musica pop e rock britannica con una precisione impressionante. Le sue cuffie diventano immediatamente uno degli elementi visivi più riconoscibili della serie, ma la musica non funziona semplicemente come una caratteristica curiosa attribuita al personaggio.
Rappresenta uno dei modi attraverso i quali Joe organizza il proprio mondo, trova continuità e comunica qualcosa di sé. Per questo la colonna sonora diventa parte integrante del racconto.
Chi ama la musica britannica riconoscerà molti brani e probabilmente finirà per condividere almeno in parte l’entusiasmo di Joe. Nel mio caso, ammetto che su questo punto parto decisamente avvantaggiata.
La scelta musicale permette anche alla serie di alleggerire momenti emotivamente complessi senza renderli superficiali. Alcune canzoni finiscono quasi per diventare un linguaggio parallelo: quando le conversazioni tra gli adulti si inceppano, la musica continua a dire qualcosa.
- Perché riesce a parlare di temi importanti senza diventare soltanto “una serie sull’autismo”
Se The A Word fosse costruita esclusivamente intorno alla diagnosi di Joe, probabilmente dopo qualche episodio rischierebbe di trasformarsi in un lungo racconto a tema. A impedirlo sono soprattutto i personaggi.
Maurice, interpretato da Christopher Eccleston, è probabilmente il più irresistibile: invadente, diretto, affettuoso a modo suo e quasi sempre convinto che il modo migliore per migliorare una conversazione sia entrarci senza essere stato invitato.
Anche gli altri componenti della famiglia hanno storie che progressivamente acquistano spazio e autonomia. Le relazioni di coppia cambiano, Rebecca cresce, compaiono nuovi personaggi e l’universo della serie si allarga ben oltre la domanda iniziale su Joe.
Il Lake District contribuisce molto all’identità visiva del racconto. Montagne, laghi e piccoli centri abitati costruiscono uno scenario bellissimo che contrasta spesso con il caos emotivo della famiglia Hughes.
Questo equilibrio tra dramma familiare, ironia, musica e paesaggi rende la visione molto più leggera di quanto il tema potrebbe far immaginare. Alla fine ci si accorge che la “A word” del titolo è stata soltanto il punto di partenza e che la domanda più interessante è diventata un’altra: quanto siamo davvero capaci di vedere una persona senza ridurla alla parola che utilizziamo per descriverla?
DOVE VEDERLA
The A Word è composta da 3 stagioni e 18 episodi, sei per stagione, della durata di circa un’ora ciascuno.
La serie è arrivata in Italia su DISNEY PLUS nel 2022. Al momento, però, la disponibilità sulle piattaforme italiane sembra essere cambiata…Speriamo di rivederla presto su qualche piattaforma!
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