Luis ha trovato una soluzione che, almeno all’inizio, gli sembra perfetta. Quando un’emozione diventa troppo difficile, la mette in un barattolo. La paura può essere chiusa lì dentro, così come la rabbia, la gelosia e l’imbarazzo. Poi il barattolo può essere riposto lontano e, per qualche momento, sembra che il problema sia risolto.
È da questa idea semplice e immediatamente comprensibile che parte Un barattolo di emozioni di Deborah Marcero.
E proprio perché la soluzione di Luis appare così rassicurante, è facile capire perché continui a usarla. Finché i barattoli diventano troppi…
In breve
Titolo: Un barattolo di emozioni
Autrice e illustratrice: Deborah Marcero
Traduzione: Davide Musso
Editore: Terre di Mezzo
Collana: Acchiappastorie
Pagine: 40
Età indicativa: dai 4 anni
L’edizione italiana è uscita nel 2022. Al centro della storia c’è Luis, alle prese con emozioni che inizialmente prova a controllare nascondendole, finché scopre che riconoscerle, esprimerle e condividerle è molto diverso dal farle sparire.
Quando vorremmo non sentire
Una delle ragioni per cui questo albo mi piace è che non parte dall’idea che i bambini debbano semplicemente “imparare le emozioni”. Luis le emozioni le prova eccome. Il problema è che alcune sono scomode.
La paura non gli piace. La rabbia lo travolge. La gelosia è difficile da ammettere. L’imbarazzo vorrebbe farlo sparire.
La sua decisione di rinchiuderle nei barattoli è, quindi, tutt’altro che assurda: rappresenta molto bene quel desiderio, che conosciamo anche da adulti, di poter mettere da qualche parte ciò che in quel momento non sappiamo gestire. La metafora è decisamente efficace.
Il barattolo non è soltanto un contenitore per dare un nome alle emozioni. Diventa il tentativo di tenerle sotto controllo facendo finta che non ci siano.
Dare un nome non significa mettere un’etichetta
A scuola lavoriamo spesso sul riconoscimento delle emozioni.
Abbiamo faccine, colori, carte, termometri e ruote delle emozioni. Sono strumenti utili, ma Un barattolo di emozioni permette di fare un passaggio ulteriore.
Sapere che ciò che provo si chiama “rabbia” non significa automaticamente sapere che cosa farmene.
Posso riconoscerla e continuare a esserne sopraffatto, posso provare contemporaneamente rabbia e tristezza, posso perfino avere difficoltà a capire quale emozione sto sentendo davvero.
Per questo l’albo mi sembra interessante: non trasforma le emozioni in caselle ordinate nelle quali sistemare ciò che proviamo. Al contrario, mostra quanto possano essere ingombranti, confuse, mescolate e difficili da contenere.
I colori rendono visibile qualcosa che non si vede

Le illustrazioni di Deborah Marcero fanno una parte importante del lavoro.
Le emozioni assumono colore, forma e consistenza. Ciò che normalmente rimane dentro Luis diventa visibile sulla pagina.
Il contrasto tra il personaggio e queste masse colorate permette ai bambini di intuire immediatamente quanto un’emozione possa occupare spazio.
Quando Luis cerca di rinchiuderla, il colore sembra finalmente circoscritto.
Quando le emozioni non possono più essere contenute, invece, la pagina cambia.
È un modo visivo molto efficace per rappresentare qualcosa che sarebbe difficile spiegare soltanto a parole.
Durante la lettura proprio le immagini possono diventare il punto di partenza per una conversazione: se la tua preoccupazione avesse un colore, quale sarebbe? Occuperebbe poco o molto spazio? Sarebbe ferma o si muoverebbe?
Non esiste una risposta corretta ed è proprio questo il bello.
Non ci sono emozioni da eliminare
Trovo importante anche evitare una lettura troppo semplice dell’albo, nella quale alcune emozioni diventano “negative” e altre “positive”.
Luis scopre progressivamente che provare emozioni scomode non significa che ci sia qualcosa da correggere.
La paura può avvisarci che qualcosa ci preoccupa. La rabbia può dirci che una situazione non ci va bene. La tristezza può aver bisogno di essere ascoltata.
Il problema non è che queste emozioni esistano. Diventa difficile quando non riusciamo a riconoscerle, quando ci travolgono oppure quando pensiamo di doverle nascondere.
Per questo preferisco parlare con i bambini di emozioni piacevoli e spiacevoli, oppure semplicemente di emozioni diverse, piuttosto che dividerle in “buone” e “cattive”.
E se nel barattolo ce ne fosse più di una?
È forse la domanda che mi interessa di più quando porto questo albo verso la scuola.
Siamo abituati a chiedere ai bambini: “Come ti senti?”. Come se dovesse esserci una sola risposta.
In realtà, davanti a un cambiamento importante, possiamo provare emozioni apparentemente contraddittorie.
Possiamo essere felicissimi di iniziare la scuola primaria e contemporaneamente avere paura, curiosi e dispiaciuti di lasciare una maestra, sentirci grandi e, nello stesso momento, desiderare qualcosa di familiare.
Dire ai bambini che nel loro barattolo possono esserci emozioni diverse significa riconoscere questa complessità.
Un barattolo verso la scuola primaria
È proprio per questo che ho scelto Un barattolo di emozioni come penultima tappa di In viaggio verso la scuola primaria con gli albi illustrati.
Dopo aver esplorato simbolicamente la nuova scuola, incontrato spazi, persone, regole e attività, arriva il momento di riportare l’attenzione su ciò che sta succedendo dentro ciascun bambino.
Nel Modulo 5 la lettura apre una conversazione sulle emozioni legate al passaggio alla primaria. Il lavoro continua attraverso Emotions Bingo, una canzone in inglese, un’attività digitale con Wordwall e, infine, un barattolo personale nel quale ciascun bambino può rappresentare ciò che sente pensando alla nuova scuola.
Non mi interessa che tutti arrivino a dire di essere felici. Mi interessa molto di più che possano dire: “Questo è quello che sento. E posso parlarne.”
Dall’albo al Modulo 5
Un barattolo di emozioni apre il quinto e ultimo modulo del percorso.
Accanto a questo albo troviamo In viaggio di Guido Van Genechten, che sposta progressivamente l’attenzione da ciò che proviamo davanti alla meta a ciò che abbiamo scoperto lungo il percorso.
Le due storie costruiscono quindi una conclusione in due tempi: prima guardiamo dentro di noi, poi guardiamo la strada percorsa.
Non soltanto per il passaggio alla primaria
Naturalmente il libro non è legato soltanto ai momenti di continuità.
Può essere ripreso ogni volta che una classe ha bisogno di fermarsi su ciò che sente: all’inizio dell’anno, dopo un cambiamento, davanti a una situazione nuova o quando emerge la difficoltà di esprimere emozioni particolarmente intense.
Con bambini più grandi, poi, la metafora dei barattoli può diventare ancora più interessante.
Possiamo chiederci quali emozioni tendiamo a mostrare e quali preferiamo nascondere, oppure riflettere sul fatto che la stessa situazione non produce necessariamente la stessa emozione in tutti.
L’educazione emotiva, in questo modo, smette di essere un esercizio di classificazione e diventa conoscenza di sé e degli altri.
Il mio consiglio di lettura
Consiglierei Un barattolo di emozioni perché riesce a parlare di emozioni senza trasformarsi in un manuale sulle emozioni.
Prima viene Luis. Vengono le sue difficoltà, i suoi tentativi un po’ maldestri di risolverle e quelle immagini capaci di rendere visibile ciò che normalmente non possiamo vedere.
La riflessione arriva dopo, quasi spontaneamente.
